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Abuso su minore. Domande suggestive e genuinità della prova

La psicologia giudiziaria ha ormai da tempo evidenziato come tale tipologia di domande incida sul ricordo del teste e dunque sul suo racconto, tanto che “l’informazione contenuta in domande suggestive riguardanti un dato evento, finisce per incorporarsi nella memoria del teste e contribuirà ad accrescere o diminuire l’accuratezza della successiva deposizione” (Read – Bruce 1984).

È il caso ad esempio della insidiosa domanda implicativa per presupposizione, la quale implica appunto l’esistenza di qualche elemento, in realtà assente, impegnando così il testimone ad ammettere implicitamente  quell’elemento . Le domande suggestive, scrive il Gulotta , “affermano più di quanto non chiedano e inducono l’interrogato a rispondere in modo da confermare i presupposti della domanda”[i].

Stando così le cose, possiamo certamente affermare che questa tipologia di domande, incidendo sul ricordo del teste fino ad alterarlo e conseguentemente sul suo racconto, finisce per inficiare proprio quella ricerca della verità sostanziale, cui fa riferimento la Suprema Corte, nella sentenza citata.

Ciò è tanto più vero con riferimento alla deposizione di minori, specie in processi aventi ad oggetto abusi sessuali.

Risalgono agli inizi del novecento i primi studi e le prime ricerche sulla suggestionabilità dei minori e sui pericoli che assediano la testimonianza di tali soggetti deboli.

Si pensi soltanto agli studi di A. Binet, che già nel 1900 sosteneva l’influenza dei fattori sociali sulla suggestionabilità dei bambini, agli studi di Stern del 1910, secondo il quale le domande suggestive venivano percepite dal bambino come impositive ed autoritarie, agli studi di Lipmann del 1911, infine allo psicologo belga Varendonck, che dalla sua esperienza di perito nel processo per l’omicidio della piccola Cecile, nel 1911 traeva un amaro reportage sull’abuso di domande suggestive poste proprio dai Giudici e sugli effetti nefasti delle stesse.

In epoca più recente studi ed esprimenti si sono moltiplicati notevolmente, basti citare, solo a titolo d’esempio, quelli di Clarke- Stewart del 1898, di Rudy e Goodman del 1991, quelli di Dent del 1992, di Ceci e Bruck del 1993, infine la ricerca italiana condotta da Gulotta ed Ercolin nel 2004.

Tutti questi studi sono costanti nell’affermare che i ricordi possono essere modificati proprio a causa di una domanda suggestiva e “che vi è una marcata interferenza tra domande suggestive e capacità di esporre i fatti vissuti